Essere un buon padre con un prosecco in mano

Stasera siamo stati al Fermento, un localino vicino a casa frequentato da giovani un po frick (ma più alla moda), con la Devi, una nostra cara amica e il piccolo Elia. Per tutta la strada abbiamo corso, e vedere la sua faccia entusiasta nel vedermi accanto a lui a scoprire il mondo, è il massimo a cui si possa aspirare. Abbiamo bevuto del prosecco e poi mi sono messo fuori dalla porta del locale, perché l'Elia, correva dentro e fuori come un forsennato, e mi sembrava la tecnica giusta per controllare che non andasse in strada e non dover corrergli dietro come la pallina di un flipper.  Me ne stavo li fuori, perso nei miei pensieri di filosofo non accreditato, e bevevo il mio prosecco. Lui era contento perché c'era una bimba, figlia di una nostra amica, che gli faceva tanto simpatia e tenerezza. Com'è normale aveva qualche titubanza ad andare a giocare con lei, e chiedeva la mia presenza. La cosa più appagante del mondo per un padre, è proprio quella di aiutare i propri cuccioli, e questo è perfettamente lecito e normale. Però mi sono accorto che il mio compito non è quello di facilitargli le cose. Anzi, penso che l'apprensione dei genitori, per quanto giustificabile o giustificata, sia la maschera dell'edonismo. Per questo ho frenato la mia voglia di aiutarlo a comunicare con la piccola amica, e gli ho detto che non doveva dire a me che voleva giocare con lei, ma parlarle direttamente. Ho fatto fatica a non accompagnarlo, ma lui subito dopo, ha fatto un'espressione da uomo responsabile che mi ha fatto quasi arrivare un nodo in gola. Mi ha sorriso ed è andato a giocare. Io intanto bevevo il mio prosecco, e guardavo i ragazzi parlare tutti presi dalle loro storie comunissime e personalissime allo stesso tempo. Sorridevano e bevevano, mangiavano e fumavano. Erano belli. Il chiacchierio di sottofondo, il mio essere in piedi con il bicchiere in mano, da solo in mezzo a tanti gruppetti e come sempre stupirmi di come tutti sembriamo convinti di quello che diciamo, quando parliamo con gli altri. Poi lo vedevo comparire correndo dalla porta, e veniva ad abbracciarmi le gambe; era meglio della meglio poesia. Era l'arrivo, non il percorso. Il mio essere un buon padre, mi dicevo, è proprio non prendermi la responsabilità delle delusioni e dei successi che avrà. E' solo essere sempre alla porta ad aspettare di vederlo spuntare, ed essere pronto a sgridarlo se mi fa arrabbiare. Nondimeno, è prendermi lo spazio per godermi un prosecco o una solitaria in montagna. E' parlare con lui di quanto amo sua madre, e del fatto che noi maschietti di casa, abbiamo sempre bisogno delle sue attenzioni, ammettendo che a volte siamo entrambi gelosi. Ricordargli, infine, che io non sono affatto perfetto come mi crede, che sbaglio sempre, e che tutto ciò che fa, nel bene e nel male, ha una conseguenza. Mi succede di sentirmi in colpa perché a volte, quasi mi dimentico di lui, preso come sono da stupide rivoluzioni di parole. A volte non lo ascolto perché sono preso da me stesso e dalle mie immaginarie crociate contro i capitalisti e loro viscidi lacchè di sinistra. Saprà che io nel mio piccolo li ho odiati e combattuti e sarà fiero di me. Tutto questo tra l'altro, non stona con il mio ego.

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