E' possibile una poetica della felicità?

Sono sempre stato incuriosito dal paradosso insito nell'arte e nell'essere artisti. Da una parte "l'oggetto" artistico, bello, utile e incredibile, dall'altra, la sofferenza che sottende a tanta bellezza. Mi spiego: Vincent Van Gogh è uno dei più grandi pittori, e soprattutto tra i più originali del '900, ma non era lo specchio della felicità. Ok, lui è proprio l'esempio estremo, ma se si va a guardare la biografia dei grandissimi in tutti i rami della creazione artistica, si tende al pessimismo cosmico, anche senza aver letto Leopardi. Uno potrebbe quindi pensare che sia l'arte stessa a generare infelicita? Ovviamente è impossibile.  Poi ci sono anche casi come Picasso, che se la godono alla grande, ma che portano i segni indelebili di qualche spettro dell'infanzia. In pratica l'arte è una cura per cercare di colmare le carenze affettive, una mera trasformazione di queste, in bellezza formale. Non a caso, anche nella musica odierna, la sofferenza amorosa e sociale sono gli argomenti principali. I testi esprimono il rammarico dell'aver perduto una cosa bellissima, e il masochismo del ricordo reiterato e glorificato. Come dire: erano talmente splendidi quei momenti, che un giorno, inaspettatamente, hai preso e cambiato indirizzo. Personalmente di questa politica del fallito in amore, ne ho piene le palle. E basta. Diteci qualcosa che ci aiuti a vivere il nostro presente anziché farci pensare a dubbi ricordi dei bei tempi andati. La sofferenza ha rotto i coglioni. Voglio una poetica che parla di roba fritta e vinello, di sorrisi sguaiati, di sesso fatto con coscienza. Di ideali che non siano pompose cazzate, costruiti sulla realtà di tutti i santi e fottuti giorni. Per le canzoni parlano tutte dell'amore in senso lato e della morte: le vere chiavi della felicità.


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