Diario di un autopromosso - 25 settembre

Caro diario, è domenica ed i miei veri cari, dormono. Non ho nulla di interessante da scrivere, ma questo mi porta a farlo con piacere. Seguo quello che mi suggerisce il mio pensiero, senza volerlo indirizzare da nessuna parte. Penso che tutti sbagliamo. Sbagliamo tono, luogo al momento giusto, persone, l'abito da mettere in certe occasioni, il colore su cui facciamo la X alle elezioni. Chi pensa di non sbagliare commette in realtà, l'errore più grande: evita di provare. L'unico modo per non fallire è morire. Io invece sono vivo e penso che tutto parte da questo. Fin da piccoli siamo sottoposti ad un "performance test" continuo. I bambini vanno a scuola, e dopo anni che studiano una cosa, non hanno capito un cazzo. Sono così concentrati sulla prestazione, il voto, far smettere i genitori con la retorica, che si allineano ai requisiti richiesti, invece di imparare il gusto delle cose interessanti e utili. Fanno come quegli artisti che partono dalle indagini di mercato per poi mettersi a scrivere, con il risultato di copiare male il lavoro di qualcun'altro. Io copiavo sempre a scuola, perché volevo solo che mi lasciassero in pace. Nella mia introversione patologica, ogni interrogazione era un modo per sottolineare in negativo la mia diversità. Non ero abbastanza felice ed eloquente per gli standard. Avevo un unico quaderno per tutte le materie, popolato da disegni inquietanti e da nomi di gruppi metal. Uscivo da li, alle 13.00 e con i miei amici si tornava a casa attraversando il paese, stanchi ed affamati come lupi. Ora, venticinque anni dopo, vedo quella diversità diventare un giardino. Amo la storia, la geografia, e perfino la matematica (sulla fiducia). Il mio vero amore però rimane la filosofia.


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