Diario di un Autoprodotto


Che sollievo, caro diario, credevo di non sapere chi sono. Temevo che la mia cronica insicurezza mi impedisse di fare le scelte giuste per il disco. Fare un album è un processo di conoscenza della propria identità. Non è solo un fatto di esprimere agli altri quello che sei, anche perché nessuno sa chi è. Ci si può fare un'idea di se stessi, solamente in relazione agli altri, al nostro bisogno di essere amati e accettati. Ma torniamo ai fatti. Abbiamo cominciato con “Quando alla fine” che è un involontario omaggio a Paolo Conte, e che è basata su semplici quartine, senza bridge e ritornelli. Liscia come l'olio. Poi a ruota “cose semplici”, anch'essa non troppo problematica, in quanto ha una struttura da folk ballad, è scanzonata e malinconica, proprio come me. Su questi pezzi la difficoltà è solo dare la giusta sfumatura espressiva, interpretarli in modo letterale, dare l'anima in stile talent show. “Boire, invece, ha creato più dubbi, in quanto dovendo cantare in francese, mi ha obbligato a stare con la bocca a culo di gallina, a produrre erre mosce artificiali ed a non poter variare il testo, che per me di solito, è la panacea di tutti i mali melodici. Forse sembrerà snob. Poi ho fatto la voce delle “bocche rassegnate a tacere”, ed abbiamo aggiunto delle parti elettroniche usando la mia voce “skrecciata” come campione. E' strana, ironica e seria, funky in un modo inaspettato. “Ricordo il momento” invece abbiamo dovuto posticiparla. Non me l'aspettavo, era una di quelle rodate, che canto da anni, ma poi mi sono accorto che il ritornello non è abbastanza forte. Parla dell'amore per la mia compagna di vita, cioè della “cosa” che mi ha dato più felicità in assoluto. Invece il testo si perde un po nel mio edonismo di poeta, e non esprime a pieno la mia immensa gratitutine per avere avuto sempre così tanto amore. Da rivedere. “Restare a guardare” invece spacca i culi. Almeno se sei uno che ama gli Oasis, oppure, che ne so, i MatchBox20. Da sentire e basta. Poi ho cantato “C'è pericolo” e mi sono ritrovato a mio agio. Io sono quella roba lì, un bambino sensibile che te la spiega,  che cerca di farti ridere, ma al contrario dei bambini, non ci riesce quasi mai. L'ultima di questa session, è stata Pagina Bianca, la famigerata. Ho lavorato su questo pezzo più che su ogni altro in questo disco. L'ho riscritta completamente almeno cinque volte, e l'ultima è stata quattro giorni fa. Assurdo. E' come se fossi ossessionato dalla volontà di descrivere l'importanza della scrittura attraverso il vuoto esistenziale, mi sembra che l'immagine che creo non è mai abbastanza. L'esaltante possibilità di ricominciare tutto da capo. E infatti quella stronza, fa proprio così.


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