Diario di un Autoprodotto


Ciao dairi, l'altra volta di ho parlato delle mie piccole frustrazioni da autoprodotto. Oggi invece scrivo per ispirazione, perché sono davvero felice, e voglio che tu veda anche questo lato di me. Questo week-end siamo stati a Vergiate in provincia di Varese, con una coppia di amici. Ti avevo già parlato di loro e di Marta, la loro bimba. Eravamo li perché la Devi e Priya dovevano portare la loro testimonianza sull'adozione ad un meeting di genitori. Quindi io e Pier abbiamo passato i pomeriggi con i bambini, intenti ad imparare l'antico mestiere del papà. Ogni giorno vedo l'Elia che scopre nuove cose, e cerco di essere come lui: aperto, spontaneo, sincero e timoroso. Vedo la sua fiducia nella vita e la caparbietà delle sue piccole imprese, e scopro la futilità dei miei complessi di inferiorità, o la presunzione implicita nel mio essere adulto. Ad un certo punto Marta, che ha qualche mese più di Elia e parla benissimo, gli ha voluto dare “un'abbracciatona”, e sono rimasti così per due minuti. Lui era contento ma anche imbarazzato, e lei le avvicinava la testa e gli dava dei bacini. Che spettacolo. Sembra retorica, ma chi pensa questo è solo profondamente depresso ed invidioso, solo perché non riesce a vederlo, questo spettacolo. Guarda più volentieri a quello del calcio-mercato, al lavoro che gli rubano gli immigrati, alla circostanza, che se fosse stata un'altra, sarebbe stato tutto diverso. Sono quelli che sminuiscono le cose semplici tacciandole di populismo, perbenismo o qualcos'altro che nemmeno loro capiscono. E se ne vedono tante di quelle facce da cazzo. Gente che è infastidita dai bambini perché è troppo egocentrica per ammettere che gli è mancato amore da piccoli. Che Joni Mitchell, li aiuti, poveri stronzi. Alla sera ci siamo riuniti con le nostre fantastiche mogliettine ed altri cari amici in pizzeria, di quelle paghi un tot e mangi fino all'eutanasia. Semplice e meraviglioso come l'olio di oliva. Stamattina poi siamo stati ad Arona ed abbiamo rivisto degli amici conosciuti in Camargue due anni fa, quando la Devi era incinta di otto mesi. Nel frattempo hanno avuto Edith, una bambina splendida, con gli occhi grandissimi. E' bello quando rivedi qualcuno dopo molto tempo, e riprendi da dove avevi lasciato. Ad un certo punto, camminando sul lungolago siamo arrivati ad un ponticello molto arcuato e l'Elia, nonostante le mie offerte di aiuto, ha voluto affrontarlo da solo sia la salita che la discesa. Io lo guardo e ho una fiducia immensa in lui. Fiducia, non aspettative, tengo a precisarlo. Nell'implementare le sue skills motorie, però, rallentava il flusso di persone che andavano di fretta, anche di domenica, sul lungolago di Arona. Ho percepito chiaramente che la gente era infastidita da quel rallentamento, come fosse un "lavori in corso", sulla Salerno-Reggio Calabria. Mi guardavano male, come a rimproverarmi il fatto che stavamo intralciando il passaggio, noncuranti dei loro impegni del cazzo della domenica pomeriggio. Non gli auguro di morire, perché lo sono già da mo', e io, come ti dicevo sono felice. I miei attacchi da incendiario sono molto meno frequenti, ultimamente. Cerco di abolire i supplizi più terribili dal mio immaginario nei momenti di rabbia, e ci sto riuscendo bene, anche se la defenestrazione a volte mi stuzzica ancora, lo ammetto. La Devi mi dice spesso che ho un linguaggio violento e non posso dire che non abbia ragione. Ma come mai, Madonnina cara? Sono pieno di amore per la vita e le persone, ma dalla mia bocca escono parole di guerra: fanculo, fottiti, muori, sparati in faccia, ti brucio, ti catapulto, ti defenestro. Non so non mi capisco. Allora penso a soluzioni psico-magiche tipo Jodorowsky e immagino di trasformare le parole di rabbia, nel loro esatto opposto, e solo al pensiero torno ad essere felice e sorrido. Penso di urlare in faccia la mia rabbia alle persone dicendo “Rilassati o ti faccio un massaggio!” “Tuo figlio ti ama molto, guarda che vi faccio una foto!”, oppure “Perchè non sorridi di più di una volta al mese?” (no, questa non vale perché c'è una punta di sarcasmo), piuttosto che “guarda quanto sono perfetti quei fottuti cigni!” (ok scusa, non sono mai fottuti, i cigni). Riuscirò pian piano a trasformare il disgusto in azione, il giudizio in analisi, il buon umore in entusiasmo. Perché non voglio passare la vita ad incazzarmi per un bambino con il papà che mi rallenta la passeggiata della domenica sul lungolago di Arona. E neppure per le code sulla Salerno-Reggio Calabria.  


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