Il destino di Josef K.

Praga. Statua dedicata a F. Kafka
Praga. Statua dedicata a F. Kafka

Josef K. si sveglia una mattina e apprende di essere chiamato a rispondere di un fantomantico crimine. Viene arrestato, processato, condannato. Anche se non si capisce perché viene accusato, quale sia il presunto crimine da lui commesso. Cosa avrà voluto dire Kafka? Qual'è il giudice mandante del suo arresto? E' chiaro che K. scriveva all'indomani della Grande Guerra, in un clima politico di assolutismo nazionalista, ma in fondo descrive una realtà familiare. Quando ero un ragazzino, un sognatore alla ricerca della mia filosofia, mi sentivo sempre giudicato. Gli adulti mi guardavano male per i capelli lunghi e gli orecchini (ne avevo 6) per il mio look tamarro-rock. In un mondo di formichine, mi sentivo la cicala solitaria, e nessuno mancava di ricordarmi che l'inverno a venire sarei morto. Volevo distinguermi dalle persone che conoscevo, essere migliore, o quantomeno diverso. Gli altri vedevano queste prese di posizione come stramberie o idee nate dall'effetto di stupefacenti. Vedevano solo il mio problema relazionale. E in effetti avevo difficoltà ad esprimermi, a cominciare dalla balbuzie. Cazzo era terribile, quando a scuola mi facevano leggere, ed io non riuscivo, nonostante un grande sforzo, ad emettere quella prima fottuta sillaba della frase. Fu allora che capii che quello sguardo di derisione e compatimento non apparteneva ai singoli ragazzi della classe, ma a quello di una cultura "sovrapersonale" che non capendo la diversità, la combatte. Kafka aveva già capito nel '25, la tragi-commedia del Pensiero Massificato. Quello che permetterà ai vari fascismi di crescere e devastare. D'altra parte, la narrazione è esilarante: un insieme di sensazioni e teoremi arbitrari che non incidono minimamente sulla realtà. Il verdetto della società è stato emesso, e la massa assiste incuriosita ed eccitata all'esecuzione, mentre il povero Josef si sente sempre più colpevole e meritevole della condanna. Certo, oggi nessuno ci impone a manganellate di votare un determinato partito, oggi i fascismi ci convincono con le buone. Da un famoso saggio di Kundera, ho scoperto che Kafka avrebbe voluto che le sue opere fossero distrutte dopo la sua morte. Incaricò il suo amico Max Brod di compiere questa sua volontà. Fortunatamente Brod non lo fece, e anzi, si impegnò nella diffusione, anche se un tantino distorta (Vedi "I testamenti traditi" di M.Kundera) dell'opera e del "mito" di Kafka. Ora lo spirito di quel matto di Franz K. rivive nelle mie modeste opere, fondamentale ed inutile come tutte le opere stesse. 





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